Da Vedeseta al Culmine di San Pietro

La val Taleggio, grazie al suo particolare isolamento, fu rifugio di antifascisti e, dopo l’8 settembre, anche di sbandati e renitenti alla leva; nel tempo, la zona fu frequentata da bande e organizzazioni partigiane tra le più diverse. Operarono in questa valle la banda “Carlo Pisacane” (che ebbe breve durata), la brigata “Issel” e la brigata “Rosselli”, attiva a cavallo con la Valsassina. A Vedeseta si registrò il 24 novembre 1944 un tragico ed equivoco scontro a fuoco tra gli uomini della “Rosselli”, delle Fiamme Verdi e della “Issel”, il cui comandante “Gastone” – un personaggio dai tratti ambigui – aveva concluso un accordo di non belligeranza con i tedeschi, per cui era stato deciso di arrestarlo. Ma nella battaglia di Villa Amici morirono cinque partigiani. La val Taleggio fu teatro di azioni significative, condotte sul crinale con il lecchese e l’itinerario ad anello proposto tocca questi luoghi: in particolare il Baitone della Pianca, dove 36 partigiani della “Rosselli” furono catturati il 30 dicembre ’44.

 

Località di partenza e arrivo
Vedeseta, 805 m
Località di transitoCulmine di San Pietro, 1254 m
Segnavia151 (per il pimo tratto)
Tempo5 h
Ripari
Acqua
CartinaKompass n.105; Cai-Provincia n.4

Scarica il percorso

Lasciata l’auto a Vedeseta (808 m), in meno di due km di strada asfaltata a tornanti si raggiunge Avolasio (1047 m, fontana). A destra della chiesa, si imbocca una strada agro-silvo-pastorale (segnavia 151) che sale con decisione; al bivio con una vasca che raccoglie l’acqua di una sorgente, si opta per la mulattiera che porta ai pascoli e alle baite di Prato Giugno (1268 m). Splendido il panorama davanti a noi: Resegone, Due Mani, Grignetta e Grignone. Sotto di noi, la stretta valle di Bordesiglio e di fronte le pareti rocciose dello Zucco di Maesimo. Si segue lo sterrato salendo ad altre baite finché si raggiunge un bivio; a destra con il segnavia 151 si procede per i Piani di Artavaggio. Noi imbocchiamo il sentiero davanti a noi, che percorre tutto il fianco della montagna attraversando il bosco e scendendo man mano verso il fondo valle: non ha segnavia, ma è ben individuabile. A fondo valle, sotto la baita Corna, si attraversa il torrente Bordesiglio e ci si porta sull’altro lato, invertendo la direzione di marcia. Il sentiero (segnavia 21) è più largo e attraversa splendidi gruppi di faggi. Si raggiungono le baite di Roncaiola (1235 m, fontana), si sale alla sella e si cala sul Culmine di San Pietro (1260 m), storico valico tra la Valsassina e la val Taleggio, dove sorgono una chiesetta e due ristoranti.

Si procede sulla strada asfaltata in direzione Vedeseta (sud); ignorata una carrareccia con sbarra che scende sulla destra, si prosegue fino a scorgere, nel prato sotto la strada, il piccolo nucleo del Baitone della Pianca (1152 m). Qui si verificò uno degli episodi più tragici dell’inverno ’44, ricordato da una targa: il 30 dicembre i fascisti catturarono 34 partigiani tra cui i comandanti “Mina” (Leopoldo Scalcini) della Brigata Fratelli Rosselli e “Walter” (Franco Carrara) della ex 86a Brigata Issel. “Walter” tentò la fuga e venne ucciso nel prato sottostante (una croce tra le betulle lo ricorda), il giorno dopo anche “Mina”, dopo essere stato a lungo percosso, cercò analogamente di fuggire, ma venne ucciso. Altri 13 partigiani furono fucilati a Barzio e Moggio.

Si prosegue sullo sterrato che parte dalla Pianca e porta sulla provinciale; poco dopo, al tornante, si imbocca sulla destra un sentiero ben segnalato da croci di vernice sugli alberi che scende precipitosamente sulla valle dell’Enna fino a giungere in corrispondenza di un traliccio dell’ENEL sul sentiero che congiunge Morterone alla val Taleggio. Vale la pena risalire cinque minuti il sentiero in direzione ovest (a destra) per ammirare una passerella sospesa a strapiombo sul torrente. Tornati al traliccio, si ridiscende il sentiero fino alle vicini sorgenti dell’Enna: una spettacolare cascata d’acqua che sgorga dalle ripide pareti rocciose della stretta valle. Il sentiero prosegue su quota 700, costeggiando il torrente, talora attraversandolo e formando splendide pozze, finché si giunge a un bivio (indicazioni): salendo sulla sinistra si ritorna a Vedeseta.

Il tragico scontro di Villa Amici

“Il gruppo delle Fiamme Verdi era arrivato da meno di un’ora e siccome gli uomini erano stanchi e affamati ed era quasi ora cena, fu deciso di preparare una polenta ed io venni mandato, assieme a uno delle Fiamme Verdi, a prendere del latte in una cascina appena fuori Vedeseta. Sbrigato il nostro compito, mentre stavamo tornando verso l’abitato, udimmo provenire degli spari dalla sede del nostro distaccamento, ma non demmo troppo peso alla cosa, perché ritenevamo che stessero provando le armi, visto che il comandante delle Fiamme Verdi aveva con sé un mitragliatore nuovo, di fabbricazione russa, di cui prima che noi uscissimo, stava illustrando le caratteristiche ai miei compagni. Entrati in Vedeseta, fummo fermati da tre partigiani della “Rosselli” che ci puntarono contro le armi e ci intimarono di alzare le mani; ricordo che tenevo in mano due fiaschi pieni di latte, che non mi fu consentito di posare, così dovetti stare parecchio tempo addossato ad un muro, con i miei due fiaschi in mano e le braccia alzate e alla fine non ce la facevo più. Finalmente, sempre sotto la minaccia delle armi, ci fecero avviare verso la casa della musica, dove appena fuori dall’uscio vedemmo un partigiano steso per terra, morto. I tre della “Rosselli” lo riconobbero per un loro compagno e non riuscivano a capacitarsi di cosa fosse successo; quindi entrammo in casa e trovammo altri morti e feriti, sia al piano terra che di sopra. Il mio compagno fu preso dalla disperazione quando riconobbe suo cugino steso da una raffica nel locale a piano terra. Oltre ai morti e ai feriti nella casa non era rimasto più nessuno ed anche noi, appena ci si presentò l’occasione, ce la filammo e salimmo fino al rifugio Alben, dove trascorremmo la notte.

Da quanto ho potuto capire, stando anche alle dichiarazioni dei feriti, all’origine del tragico equivoco ci fu la presenza imprevista nella casa del gruppo delle Fiamme Verdi il cui comandante, quando l’uomo della “Rosselli” si fece sulla porta intimando di arrendersi, credette di trovarsi di fronte ad un rastrellamento fascista e così si mise a sparare, scatenando la battaglia. Senza questo equivoco, probabilmente non si sarebbe sparato”.

Testimonianza di Mario Giupponi “Giopa”, in Tarcisio Bottani, Giuseppe Giupponi, Felice Riceputi, La Resistenza in Valle Brembana, Ferrari, Clusone, 1994, pp.135-136.